L’ economia ‘’collaborativa’’ non annuncia una nuova era ma è solo una escrescenza del capitalismo parassitario

La sedicente economia ‘’collaborativa’’, lungi dal segnare l’ avvento di una nuova era di collaborazione, uguaglianza e proprietà comune, è solo l’ escrescenza di un capitalismo parassitario, un po’ imbellettata col rossetto per renderla più seducente. Come le prostitute, che nascondono i sintomi delle loro malattie truccandosi, il capitalismo in putrefazione, in piena decadenza, cerca di travestire le sue caratteristiche più abbiette in oggetti di venerazione.

Lo sostiene Adam Booth – studioso marxista e collaboratore di marxiste.org – in un saggio pubblicato su Les7duquebec.  L’ analisi si concentra su aziende come AirBnB e Über che – sostiene lo studioso – vengono annunciate come portatrici di una nuova fase eccezionalmente dinamica in seno al capitalismo.

Ma la realtà si dimostra molto lontana da queste promesse utopiche.

Ecco perché.

AirBnb

I tecnoutopisti e i capitalisti ultralibertari – dice Booth – ci avevano promesso un mondo di abbondanza, un sistema di produzione e di distribuzione assai efficace e una vita di piacere. Ma che ne è del 99% della popolazione? Crisi ecologiche, stagnazione secolare e ineguaglianze insopportabili.

Per la grande maggioranza, il progresso tecnico non è stato seguito da un miglioramento delle condizioni di vita né da aumenti di salari o da riduzioni del tempo di  lavoro settimanale. Malgrado l’ incredibile potenziale scientifico e tecnico che la società ha a portata di mano, i problemi fondamentali – malattie, povertà, alloggi – non sono stati risolti.

Intanto la propaganda continua: in pieno boom del dopoguerra, grazie all’ industrializzazione di massa e all’ automazione, qualcuno aveva affermato che ‘’adesso siamo tutti classe media’’. Oggi, a dispetto delle prospettive pessimiste dei più seri economisti borghesi, ci viene raccontato che il prossimo cambiamento ‘’rivoluzionario’’ è dietro l’ angolo. Ci viene detto che, presto, saremo tutti degli imprenditori liberi e liberati!

Ecco il mito che si è sparso attraverso il mondo capitalistico avanzato, quando nel pieno della crisi del 2008 è stata annunciata la nascita dell’ economia ‘’collaborativa’’. Per gli utopisti e i libertari di cui sopra si tratta di una nuova era, di una cura di ringiovanimento del capitalismo. Gli altri, come Paul Mason nel suo nuovo libro  Postcapitalism, mettono le mani avanti segnalando le contraddizioni che emergono dall’ incontro tra nuove tecnologie dell’ informazione ed economia ‘’collaborativa’’ nei limiti del capitalismo, cioè nei limiti della proprietà privata, dei mezzi di produzione e di scambio e della produzione per il profitto.

Ma che accade realmente? Ci troviamo all’ alba di una nuova era, dopata dallo smartphone, con una pletora di servizi su richiesta, alla portata delle app, dei click e del pay express? L’ economia collaborativa rappresenta un cambiamento fondamentale nell’ organizzazione e il funzionamento delle nostre società? La natura del lavoro e dell’ impiego sono state radicalmente migliorate grazie alla combinazione delle tecnologie dell’ informazione, all’ automazione e alla messa in rete di una densità senza pari?

 

A portata di mouse e di schermo tattile

AirBnB e Über ne sono gli esempi più conosciuti, ma rappresentano solo la parte emergente dell’ iceberg dell’ economia ‘’collaborativa’’  — o ‘’su richiesta’’. Dopo le camere (o anche appartamenti interi) è ormai possibile ‘’condividere’’ pressoché tutto, dalle auto alle biciclette passando per i manuali scolastici.

Allo stesso modo, non solo taxi ma applicazioni per le richieste di pulizie, di consegne alimentari a domicilio, e ci sono aziende come TaskRabbit che mettono in contatto un esercito di ‘’esecutori’’ (taskers) per effettuare ogni lavoro manuale – assemblare un mobile, riparare un pc, consegnare dei pacchi – con coloro che richiedono questi servizi.

Spesso confuse fra di loro, le economie ‘’collaborativa’’ e ‘’su richiesta’’ mostrano delle differenze chiare e fondamentali. Entrambe hanno preso il volo nello stesso periodo, sostenute dalla proliferazione di smartphone e app e da una popolazione giovane, interconnessa e tecnofila. Tuttavia l’ economia collaborativa ha come oggetto la cosiddetta ‘’condivisione’’ di beni, mentre quella ‘’a richiesta’’ concerne la fornitura di servizi.

Il potenziale rivoluzionario offerto da tali tecnologie è evidente. Piuttosto che produrre inutilmente delle case o delle macchine che saranno utilizzate solo per un’ infima parte della loro vita, possiamo condividere efficacemente le nostre risorse e massimizzare così il loro utilizzo. Grazie alla possibilità di disporre di una vasta gamma di servizi, a portata di un lieve tocco sullo schermo, coloro che dispongono di tempo e di sapere tecnico potranno rispondere efficacemente ai bisogni di altri utilizzatori individuali.

 

Il mondo orwelliano dell’ economia ‘’ collaborativa’’

.Mentre sono evidenti il potenziale e le possibilità delle ‘’collaborative’’ e ‘’on demand’’, nei limiti del capitalismo esse non rappresentano una rivoluzione.

Il capitalismo, come spiega Marx nella sua opera principale, Il Capitale,  si definisce come un sistema universale di scambio e di merci. Una merce è sia un bene sia un servizio prodotto per essere scambiato (non per un consumo individuale o collettivo). Se le merci sono sempre esistite, è solo sotto il capitalismo che la loro produzione si è generalizzata.

Un secondo concetto inerente a quello di merce è il concetto di proprietà privata, altro pilastro del sistema capitalistico. Perché un prodotto sia offerto in scambio bisogna prima di tutto che esso appartenga al produttore o al proprietario che è all’ origine dello scambio.

L’ insieme degli scambi fra proprietari di merci costituisce il mercato capitalistico. Il danaro e il credito lubrificano il sistema e permettono di conservare le merci in circolazione. Alla fine, collegata con la proprietà privata, vediamo comparire la forza motrice del capitalismo: la competizione fra produttori individuali alla ricerca del profitto, ottenuto attraverso lo sfruttamento della classe operaia.

Ecco dunque gli elementi fondamentali del sistema capitalistico: la produzione e lo scambio di merci; la proprietà privata; il mercato; il danaro e il credito; il profitto e le relazioni fra lavoro salariato e capitale.

Quali aspetti del capitalismo sono stati allora ‘’rivoluzionati’’ dalle economie ‘’collaborative’’ o ‘’on demand’’? Come sottolinea il Guardian, i profitti non sono certamente spariti. ‘’Raggiungere l’ economia collaborativa come fornitore di servizi – affitto, trasporto e tutto il resto che il mercato desidera – vi offre l’ opportunità di guadagnare dei soldi entrando a far parte di un ‘movimento’. Ecco cos’ è terribilmente seducente, vero?…   

Ma non vi lasciate irretire: è un business. E lo dimenticherete a vostre spese, quale che sia il vostro ruolo nell’ economia collaborativa.

Ecco la verità: nessuna delle imprese sorte per servire l’ economia collaborativa è…un’ organizzazione senza scopo di lucro. Al contrario: il loro obbiettivo è realizzare dei profitti in un’ economia collaborativa molto meno formale di quella che c’ era prima…

… non si diventa una delle più potenti società di capital al mondo, come AirBnb, e non la si compra per un valore di 10 miliardi di dollari (più di alcune catene alberghiere) se non si è parte di un ‘movimento’. No, in questo caso è stato trovato un mezzo per il fatto che la posizione di intermediario rende molto bene, e questa è la prima lezione del capitalismo per le persone qualsiasi. Altro che ‘movimento’.

La proprietà privata esiste sempre, evidentemente. Provate a restare in un appartamento di AirBnb dopo la data prevista e vedrete che succederà. Abbiamo sempre a che fare con un’ economia di mercato, con danaro scambiato contro beni e servizi merci quindi. Se questo vi sembra ‘’condivisione’’, allora si potrebbe chiaramente far rientrare tutti i settori e le industrie capitalistiche nella categoria di economia collaborativa, visto che la sedicente ‘’condivisione’’ designa qui lo scambio di merci contro danaro, tratto caratteristico e fondamentale di ogni mercato.

Dove sono gli aspetti ‘’rivoluzionari’’ di questa economia ‘’collaborativa’’? In realtà non c’ è nessuna condivisione. La condivisione implica una certa forma di reciprocità altruista e/o una proprietà comune. Una tale reciprocità era (ed è ancora) presente negli avi di compagnie come AirBnb: per esempio la comunità dei CouchSurfers permette a dei viaggiatori di trovare gratuitamente un letto per la notte, grazie alla simpatia degli altri membri.

No, quello che vediamo qui non è condivisione. Non c’ è stata abolizione della proprietà privata né costituzione di una proprietà collettiva. Al contrario, si assiste alla trasformazione di massa di prodotti privati e di beni consumati in servizi in affitto. .

L’ astuzia dell’ economia ‘’collaborativa’’ è stata di cambiare il nome delle cose ma non le cose stesse. L’ affitto e il lavoro salariato, che esistono dall’ alba del capitalismo, sono state semplicemente ribattezzate in ‘’colaborazione’’. La proprietà privata e tutte le leggi capitaliste che ne derivano non sono state abolite né modificate. L’ economia ‘’collaborativa’’ è un classico scambio di merce che è stato rivestito di un nuovo splendore e di un tocco di fantasia, molto tendenza, per l’ era di internet. E’ un mondo di eufemismi di cui il Grande Fratello della classica distopia di Orwell, 1984, sarebbe fiero.

Anthony Kalamar, in un articolo su OpEdNews.com, descrive questo spirito contemporaneo della ‘’condivisione’’ come dello sharewashing, una gentile maschera sorridente di ‘’condivisione’’ dietro cui le aziende celano la loro vera natura: la ricerca del profitto.Con questa manovra la possibilità di una vera economia collaborativa – una società socialista fondata sulla proprietà comune e un piano di produzione – viene messa ai margini. Se queste imprese possono a volte aiutare a ridurre la rapina in certi settori, a livello sociale esse contribuiscono soprattutto all’ allargamento del mercato.

‘’La differenza fondamentale tra le promesse dell’ economia collaborativa attuale e il fiume di imprese di sharewashing che cercano di nascondersi dietro questa mascherata è che queste ultime arrivano ineluttabilmente a uno scambio monetario, per il profitto, in flagrante contraddizione con qualunque definizione della condivisione che vostra madre ha potuto insegnarvi un giorno…

Ciò distrugge la promessa stessa di una economia fondata sulla condivisione deviando le parole usate per descriverla, trasformando così una risposta cruciale alla crisi ecologica imminente in una etichetta supplementare che finirà per rafforzare la stessa logica economica devastatrice che ci ha portato a questa crisi.

In più di un secolo non si è parlato d’ altro che di crescita: trovare nuovi mercati, nuovi prodotti, trovare il modo di incitare le persone a consumare questi prodotti… Deve crescere questa economia! E tutte le imprese di sharewashing a scopo di lucro citate prima crescono ugualmente. Non sbarrano la strada ai pesi massimi della crescita dell’ economia classica: al contrario, esse si uniscono a loro perché condividono la stessa logica dell’ economia di mercato: la crescita senza fine per il profitto. Queste camere supplementari, queste sedie vuote, queste mani disoccupate, una volta messi sul mercato, possono essere trasformate in danaro. Le relazioni sociali che avrebbero potuto essere caratterizzate da una condivisione vera vengono trascinate nell’ età del calcolo pecuniario e della logica della crescita’’.  (Kalamar, Sharewashing is the new greenwashing… )

Lo scrittore Tom Slee rincara in un articolo per la rivista della sinistra radicale The Jacobin:

« L’ ala imprenditoriale di questi movimenti domina le iniziative fondate, loro sì, su uno spirito comunitario. Questa tensione ha portato un cambiamento del modello economico, allontanandosi sempre più dall’ idea originale di condivisione in seno a un gruppo, appena i modelli economici dell’ economia della condivisione diventavano interessanti per le grandi imprese.

L’ economia ‘collaborativa’ si è rapidamente allontanata dalla condivisione collaborativa per andare verso impieghi precari e deregolamentati – conseguenza diretta di un finanziamento da parte del capitale di rischio e dalle esigenze di crescita che esso comporta. Questi progetti non ci avvicinano affatto a quella società di giusta che vorremmo vedere in un futuro prossimo»

 

Il volo dei rentier

L’ economia ‘’collaborativa’’ si caratterizza quindi per la trasformazione della proprietà in rendita. In cambio, le aziende che fanno funzionare questi scambi fra simili, incrociando domanda e offerta, prelevano una parte della rendita come profitto. Su questo piano c’ è quindi una differenza di taglia tra l’ economia ‘’collaborativa’’ e l’ archetipo del capitalismo: i profitti dei capitalisti sono una parte del plusvalore creato nel corso della produzione; mentre le imprese al centro dell’ economia ‘’collaborativa’’ traggono il loro profitto da una parte della rendita, che è essa stessa una parte del plusvalore generato dalla produzione reale.

Marx spiega nel Capitale che il lavoro è il generatore di ogni nuovo valore economico. Il plusvalore è semplicemente il lavoro non pagato al lavoratore, il valore creato dai lavoratori al di là del prezzo del loro lavoro, intascato quindi gratuitamente dal capitalista.

Questo plusvalore si divide poi in profitti, interessi e rendite. I proprietari del danaro (banchieri e finanzieri), che prelevano gli interessi, e i proprietari fondiari, che prelevano la rendita, non creano valore aggiunto e non fanno altro che ridistribuire il valore (e il valore aggiunto) che è stato già creato nel processo di produzione delle merci.

Con la crescita dell’ economia ‘’collaborativa’’ si assiste quindi allo sviluppo di un capitalismo parassitario della rendita, su grande scala. La principale ‘’rivoluzione’’ dell’ economia ‘’collaborativa’’ è stata di trasformare la proprietà personale in proprietà privata, cioè di trasformare la proprietà personale di decine di milioni di individui ordinari in una fonte di profitto per i capitalisti. In parole povere: è la conversione massiccia della proprietà personale in capitale.

AirBnB o altre imprese potrebbero aiutare ad allocare meglio determinate risorse, ma non investono i loro profitti per risolvere dei problemi di penuria là dove ce ne sono. In altre parole: non fanno niente per sviluppare le forze produttive. Il caso di AirBnb ne è un esempio perfetto. Questo grosso attore dell’ economia ‘’collaborativa’’ beneficia alla fine della mancanza di alloggi e camere di albergo a prezzi abbordabili. Ma piuttosto di reinvestire i suoi profitti per risolvere il problema, come avverrebbe nel caso di un piano di produzione socialista,  AirBnB li dilapida in pubblicità e marketing per aumentare le sue parti di mercato. E questa è la base del suo  intero modello economico tutto basato sulla rendita.

Parallelamente, ci sono vari esempi che illustrano come AirBnB, piuttosto che risolvere la crisi abitativa, sia responsabile del suo aggravamento. Molti proprietari che affittavano prima a locatari a lungo termine, preferiscono ormai incassare soldi e trasformano la loro proprietà in un bene in affitto a breve termine o in case per le vacanze, a dei tassi ben più elevati di quelli del mercato degli affitti a lungo termine. Gli inquilini si trovano quindi cacciati dai quartieri dove potevano abitare prima e l’ offerta di affitti disponibili diminuisce. Piuttosto che allocare efficacemente delle risorse, AirBnB contribuisce ad aumentarne la rarità.

L’ esempio di Uber mostra gli stessi aspetti. Ecco una compagnia che sfrutta le gravi difficoltà di trasporto in varie città del mondo. Uber non reinveste i suoi benefici nei trasporti pubblici: come AirBnb l’ azienda dirotta i suoi profitti in pubblicità e marketing. E poiché Uber è una compagnia privata a scopo di lucro, ciò è perfettamente sensato. Über, AirBnB e gli altri non fanno che seguire la logica e le leggi del sistema capitalistico, mosso dalla concorrenza e dalla ricerca del profitto.

Allo stesso modo, le imprese dell’ economia ‘’on demand’’, considerando i loro lavoratori come ‘’indipendenti’’ piuttosto che come ‘’impiegati’’, evitano ogni obbligo di formazione o di fornitura di attrezzature. Invece di investire per migliorare le competenze e gli strumenti della forza lavoro, e aiutare così ad aumentare la produttività del settore, queste aziende non fanno altro che estrarre il massimo dalla disoccupazione di massa come dal lavoro improduttivo e sottopagato che colpisce interi strati della società, conseguenza diretta della crisi del capitalismo. Invece di stimolare lo sviluppo delle forze produttive, queste compagnie approfittano dei sintomi della stagnazione delle nostre società.

In questo contesto esiste una differenza di taglia tra l’ economia ‘’collaborativa’’ e un vero piano socialista di produzione: mentre la prima potrebbe allocare le risorse in maniera più efficace e ridurre lo spreco in un settore, il ruolo di una democrazia operaia e di una economia pianificata è di dirigere e concentrare le risorse (che sono alla fine del tempo di lavoro sociale) a tutta l’ economia, secondo le necessità e i bisogni della società.

Sotto il capitalismo, sono i segnali inviati dai prezzi e dal mercato che definiscono la suddivisione delle risorse, orientando prima di tutto gli investimenti. In più tutto ciò non avviene sulla base di bisogni, ma di uno scompenso fra l’ offerta e la domanda di alcune merci, e sulla possibilità per i capitalisti di realizzare dei profitti elevati iniettando capitale in questo o quel settore.

Nei settori in cui l’ economia ‘’collaborativa’’ emerge, la collocazione delle risorse si può fare dunque più efficacemente. Ma le aziende che governano queste economie (o, certo, l’ economia capitalista in generale) non hanno come scopo quello di riferirsi ai bisogni sociali. Esse ricercano unicamente il profitto. La destinazione delle risorse verso diversi settori e attraverso tutta l’ economia è quindi lasciata all’ anarchia del mercato, assolutamente inefficace, da cui nascono le contraddizioni del sistema capitalistico: disoccupazione di massa e surlavoro; penuria di alloggi e case vuote; austerità e surcapacità insieme a montagne di capitali inattivi, nelle mani delle grandi imprese. Lungi dall’ essere un sistema efficace, le contraddizioni interne  proprie del capitalismo implicano un vero spreco delle risorse.

Il fatto che gli investitori iniettino del danaro nell’ economia ‘’collaborativa’’ – una pura economia di rendita – è un’ altra manifestazione dell’ immenso spettro della surproduzione (‘’surcapacità’’) che divora l’ economia mondiale. Sostenuti da livelli inediti di diseguaglianza, montagne di profitti si ammassano nelle mani dell’ 1%. Ma con il livello di surproduzione raggiunto oggi, ci sarà poco da guadagnare investendo questi  profitti nella produzione reale. Da qui l’ aumento della speculazione, la crescita delle bolle e la crescita di instabilità sui mercati finanziari (come la recente caduta del mercato borsistico di Shangai).

Lo sviluppo di una economia di rendita con il decollo della ‘’economia collaborativa’’ non annuncia quindi una nuova fase dinamica del capitalismo. Al contrario, essa testimonia l’ impasse raggiunta dal sistema nello sviluppo delle forze produttive, industria, scienza, tecnica e tecnologia.

 

Insomma la sedicente economia ‘’collaborativa’’, lungi dal segnare l’ avvento di una nuova era di collaborazione, uguaglianza e proprietà comune, è solo l’ escrescenza di un capitalismo parassitario, un po’ imbellettata col rossetto per renderla più seducente. Come le prostitute, che nascondono i sintomi delle loro malattie truccandosi, il capitalismo in putrefazione, in piena decadenza, cerca di travestire le sue caratteristiche più abbiette in oggetti di venerazione.

La seconda parte è qui. 

La terza parte era qui ma risulta non più raggiungibile.

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